Lavoratori e Salario: i conti non tornano 

Negli ultimi mesi, il dibattito attorno al tema delle basse retribuzioni lavorative e ai diritti dei lavoratori ha guadagnato sempre più rilevanza. Nel 2022 in Italia si contavano oltre 2 milioni di famiglie in povertà assoluta. Oggi, stima Istat, 14,3 milioni di persone sono a rischio povertà o esclusione sociale, ovvero percepiscono meno del 60% del salario medio che non consente, ai lavoratori e alle proprie famiglie, un’esistenza libera e dignitosa.

In Italia esistono pensioni minime per legge, mentre una soglia per i salari non è prevista da leggi nazionali, ma dalla contrattazione collettiva. Stando alla stima del CNEL (Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro) in Italia quasi tutti i lavoratori dipendenti (98%) e tutte le aziende (99%) sono coperte dalla contrattazione collettiva. Molti di questi contratti collettivi non vengono rinnovati, alcuni anche da decenni, come per il caso della Pubblica Amministrazione, dove il 65% dei contratti depositati al CNEL sono scaduti. E tra i lavoratori dello spettacolo, tutti i contratti sono scaduti da 20 anni. L’ultimo rinnovo contrattuale della vigilanza privata, sottoscritto dalle organizzazioni sindacali rappresentative, prevede che l’aumento del salario orario lordo da 5 a 6 euro sarà raggiunto nel 2026. 

In molti settori e/o comparti i salari fissati dalla contrattazione collettiva sono comunque troppo bassi rispetto alla media europea. Si pensi che nel 2022 il salario lordo annuale medio di un lavoratore dipendente a tempo pieno era di circa 26 mila euro quando il valore per l’Eurozona è di 37 mila euro annui. 

Secondo i dati forniti dall’INPS, nel rapporto annuale 2022 e analizzati al Senato nella Commissione Lavoro, alcuni CCNL di settore hanno salari orari bassissimi come ad esempio il contratto collettivo applicato nel comparto del turismo il cui trattamento orario minimo è pari a 7,48 euro; cooperative nei servizi socio-assistenziali 7,18 euro; aziende dei settori dei pubblici esercizi, della ristorazione collettiva e commerciale 7,28 euro; settore tessile e dell’abbigliamento 7,09 euro; servizi socio-assistenziali 6,68 euro; imprese di pulizia e dei servizi integrati o dei multiservizi 6,52 euro; vigilanza privata 6 euro e servizi fiduciari il minimo salariale ammonta a 4,60 euro all’ora. 

Davanti a tale situazione – commenta il Segretario Generale Nazionale del Sindacato CLAS Davide Favero – ha preso piede anche in Italia il fenomeno dei working poors. Si tratta di oltre 4 milioni di lavoratori, regolarmente assunti e dipendenti, il cui reddito è inferiore alla soglia di povertà relativa. Insomma, si lavora molto per guadagnare poco, e lo si percepisce soprattutto in questo periodo, in cui l’inflazione è alta, i prezzi sono alle stelle, le tutele sono poche mentre la precarietà è alta, così come i costi del lavoro e della vita. In questo scenario appare evidente che la contrattazione collettiva da sola non può più garantire salari e condizioni, per un’esistenza libera e dignitosa, per milioni di lavoratori.  Conclude il Segretario Davide Favero di Sindacato CLAS – riteniamo che istituire una legge sul salario minimo porterà effetti positivi sull’economia generale del paese, tradotto, più potere d’acquisto per i lavoratori, più consumi e meno diseguaglianze”.

Ufficio stampa nazionale Sindacato CLAS 

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